Il value betting è il concetto più frainteso del settore. Sembra semplice — scommetti dove la quota è “alta” — e invece è una disciplina matematica e psicologica che richiede di abbandonare l’istinto in cambio di un calcolo. In nove anni di analisi sul basket ho perso più scommesse seguendo il mio istinto che ascoltando il foglio Excel, e ogni volta è stata la stessa lezione: la quota giusta non è quella che paga di più, è quella che paga più del suo valore matematico reale.
Questa guida è la spina dorsale di tutta la mia strategia. Senza i concetti che spiego qui, qualsiasi lettura tattica di una partita NBA, Eurolega o LBA produce risultati casuali nel lungo periodo. Con questi concetti, anche una lettura tecnica modesta può generare valore atteso positivo se applicata con disciplina. Non è teoria di matematica avanzata: sono quattro formule e due regole di gestione, ma vanno interiorizzate al punto da diventare automatiche.
Tratto in sequenza la definizione di valore, la formula della probabilità implicita, il calcolo del margine bookmaker, tre metodi per stimare la probabilità reale, le regole di gestione del bankroll, gli errori che annullano il valore, e il quadro italiano del gioco responsabile. È il pezzo più tecnico di tutta la mia produzione, e probabilmente quello che richiede di essere letto più volte. La buona notizia è che, una volta capito, non si dimentica.
Cos’è davvero il valore di una scommessa
Ho un esempio che uso sempre per spiegarlo. Immagina una moneta truccata che esce testa il 60% delle volte e croce il 40%. Un bookmaker ti propone una quota di 2.00 sulla testa e di 2.00 sulla croce. Su quale scommetti? Risposta facile: scommetti sulla testa, perché la quota di 2.00 implica una probabilità del 50%, ma tu sai che la probabilità reale è del 60%. La differenza tra la probabilità implicita (50%) e quella reale (60%) è il valore.
Questo è il value betting in una frase: scommettere solo quando ritieni che la probabilità reale dell’evento sia superiore a quella implicita nella quota proposta dal bookmaker. Non importa se la quota è 1.30 o 4.50. Quello che importa è se la quota sottostima la probabilità che tu attribuisci all’evento.
La formula del valore atteso è semplice. Moltiplichi la probabilità che tu attribuisci all’evento per la quota proposta dal bookmaker, e sottrai 1. Se il risultato è positivo, hai valore. Se è negativo, no. Esempio: quota 2.20 su una squadra che ritieni vincente al 50%. Valore atteso = (0.50 × 2.20) − 1 = 0.10, cioè +10%. È una scommessa con valore atteso positivo.
Nel basket il concetto si applica esattamente come negli altri sport, ma con due specificità. La prima è il numero alto di mercati per partita (150-300 su NBA), che crea molte possibilità di trovare valore residuo se hai una lettura tecnica precisa. La seconda è la velocità di aggiornamento delle quote, che impone di muoversi in fretta quando si individua un mispricing.
L’errore tipico è confondere il “valore atteso positivo” con la “vincita garantita”. Una scommessa con valore atteso +10% può comunque perdere. Anzi, nel breve periodo perde con frequenza pari a (1 − probabilità reale), cioè nel mio esempio il 50% delle volte. Quello che il valore atteso ti garantisce è la convergenza nel lungo periodo: su 1000 scommesse fatte tutte con valore atteso +10%, l’aspettativa è di tornare a casa con il 10% in più di capitale rispetto al volume giocato.
Il problema pratico è che identificare la probabilità reale è difficile. Non hai una moneta truccata di cui conosci il bias. Hai una partita di basket con 22 giocatori, due coach, mille variabili. Stimare la probabilità reale è la parte difficile del value betting, e i metodi per farlo sono il cuore della disciplina.

Probabilità implicita: la formula da memorizzare
La formula è una sola. Probabilità implicita di una quota = 1 / quota × 100. Una quota di 2.00 implica il 50% (1/2 × 100). Una quota di 1.25 implica il 80% (1/1.25 × 100). Una quota di 4.00 implica il 25%. È matematica di terza elementare, e va memorizzata fino a calcolarla a mente in due secondi.
Perché conta così tanto? Perché la quota proposta dal bookmaker non è mai il riflesso fedele della probabilità reale dell’evento. È il riflesso di tre cose: una stima del bookmaker sulla probabilità, il margine che il bookmaker vuole guadagnare, e l’equilibrio della raccolta tra i due lati della scommessa. La probabilità implicita è il punto di partenza da cui valutare quanto la quota sia gonfiata o sgonfiata.
Un esempio concreto. Olimpia Milano in casa contro una squadra di metà classifica. Il bookmaker propone 1.40 sulla vittoria di Olimpia. Probabilità implicita = 1/1.40 × 100 = 71.4%. Significa che, secondo il bookmaker, Olimpia vince in circa il 71% dei casi. Ora la domanda chiave: tu ritieni che Olimpia vinca in più del 71% dei casi? Se sì, c’è valore. Se no, no.
L’aspetto interessante è che la probabilità implicita di tutte le quote di un mercato dovrebbe sommare a 100%, ma non lo fa mai. Sulla stessa partita, la probabilità implicita su Olimpia è del 71.4%, quella sull’avversaria a 3.00 è del 33.3%. Somma totale: 104.7%. Quel 4.7% in eccesso è il margine del bookmaker, ed è quello che spiego nel prossimo capitolo.
La probabilità implicita di una quota cambia ogni volta che la quota si muove. Una quota che parte a 2.10 e scende a 1.85 prima della partita ha ridotto la sua probabilità implicita dal 47.6% al 54.1%. Significa che il “mercato” — cioè il volume di scommesse — ha valutato l’evento come più probabile di prima. Seguire questi movimenti è parte della disciplina del value betting.

Una variante utile è la conversione inversa. Se tu stimi che un evento accadrà con probabilità del 60%, qual è la quota minima a cui ha senso scommetterci? Risposta: 1/0.60 = 1.67. Sotto 1.67 paghi più del valore. Sopra 1.67 paghi meno. Questa formula inversa è quella che mi guida nella decisione “accetto questa quota o aspetto un movimento favorevole”.
Il margine del bookmaker: dove si nasconde il prezzo del gioco
Il margine del bookmaker è la differenza tra la somma delle probabilità implicite di tutte le quote di un mercato e il 100%. Nel basket si attesta mediamente tra il 5% e il 6%, valore che mi piace ricordare come “tassa fissa del bookmaker” su ogni mercato. È il prezzo che paghi per accedere al servizio di scommessa, e va incorporato in ogni calcolo di valore.
Lo si calcola in modo diretto. Su un testa a testa con quota 1.85 sulla squadra A e 2.00 sulla squadra B: probabilità implicita A = 54.1%, probabilità implicita B = 50.0%. Somma = 104.1%. Margine bookmaker = 4.1%. Su un altro mercato con quote 1.50 e 2.70: probabilità implicita = 66.7% + 37.0% = 103.7%. Margine = 3.7%. È utile fare questo calcolo prima di scommettere, perché distingue mercati con margini accettabili da mercati con margini eccessivi.
Nel basket il margine medio è del 5-6%, ma varia molto tra leghe e tra mercati. Sui mercati principali della NBA (1X2, handicap, totale) il margine si avvicina al limite inferiore (4-5%). Sui mercati esotici (race to X, primo cesto, prop bet) sale anche al 8-10%. Sui mercati di nicchia della Serie A LBA, dove il volume è basso, il margine può arrivare al 10-12%. Sapere su quale margine stai scommettendo è essenziale per capire se la tua giocata ha valore residuo dopo aver pagato il “biglietto” del bookmaker.
Il payout è il complemento del margine. Se il margine è del 6%, il payout è del 94%. Significa che su mille euro giocati il bookmaker restituisce mediamente 940 euro su un campione neutro di scommesse. Il payout medio NBA è del 92-94%, Eurolega del 92%, Serie A LBA mediamente quasi due punti percentuali sotto NBA. Sono percentuali piccole, ma su volumi annuali generano differenze rilevanti.
Una nicchia interessante è il “comparing odds” — confrontare la stessa quota su bookmaker diversi. Lo stesso testa a testa può essere offerto a 1.85 su un operatore e a 1.95 su un altro. Quei 10 centesimi di quota equivalgono a circa 2 punti percentuali di payout, che su un volume annuale di 10.000 euro di giocate fanno 200 euro di differenza. Non sono cifre da chi gioca per hobby occasionale, ma sono significative per chi tratta le scommesse come attività ricorrente.

Le concessioni ADM 2025 hanno portato a una riorganizzazione del mercato italiano. La Fase 2 delle concessioni, approvata a settembre 2025, ha ammesso 46 operatori per 52 concessioni, con tassazione sul GGR scommesse sportive al 24.5%. È una struttura che, indirettamente, tende a comprimere i margini effettivi sui mercati ad alto volume, perché il bookmaker deve compensare una pressione fiscale più alta con efficienza operativa, non con margini esagerati su singole giocate.
Tre metodi per stimare la probabilità reale
Stimare la probabilità reale di un evento sportivo è la parte difficile del value betting. Non esiste una formula universale, ma esistono tre metodi che applico in combinazione e che producono stime sufficientemente robuste per le scommesse di volume sul basket.
Il primo metodo è il modello statistico. Costruisci una stima della probabilità basata sui dati storici delle due squadre: efficienza offensiva e difensiva, possessi per partita, percentuali al tiro da due, da tre, dalla lunetta. Combini questi dati in un’aspettativa di punteggio finale, e da lì ricavi la probabilità di vittoria. È il metodo più rigoroso, ma richiede tempo di costruzione e mantenimento del modello, e funziona meglio sui campionati lunghi (NBA su 82 partite) che su quelli corti.
Il secondo metodo è il movimento di linea. Le quote del bookmaker si muovono per ragioni misurabili: notizie di infortuni, lineup ufficiali, volume di scommessa concentrato su un lato. Seguire questo movimento permette di estrarre informazione dal “saggio collettivo” del mercato. Una quota che si abbassa molto rapidamente da 1.85 a 1.65 in poche ore senza una notizia evidente significa che qualcuno con informazione superiore sta scommettendo in modo concentrato. Adattare la propria stima ai movimenti di linea è un metodo legittimo.
Il terzo metodo è la lettura tecnica. Guardare la partita, leggere i giocatori, capire le dinamiche tattiche, valutare la condizione fisica delle squadre. È il metodo più “soggettivo” e quello dove l’esperienza fa la differenza. Da scommettitore alle prime armi non riesci a estrarre molto valore da questo metodo, ma con gli anni la lettura tecnica diventa una fonte di stima paragonabile per accuratezza al modello statistico.
Nessuno dei tre metodi funziona da solo. Il modello statistico fatica con le partite “fuori campione” — primi turni di stagione, debutti di nuovi giocatori, situazioni atipiche. Il movimento di linea può essere ingannevole se il volume di scommesse è dominato da retail amatoriale. La lettura tecnica è soggettiva e soggetta a bias cognitivi. Combinati, però, producono una stima della probabilità reale sufficientemente robusta per decidere se una quota offre valore.

Il mio protocollo personale è il seguente. Costruisco una stima base con il modello statistico (60% del peso). Aggiusto la stima in base al movimento di linea (25% del peso). Aggiungo la lettura tecnica come “tiebreaker” sulle scommesse al limite (15% del peso). Se le tre fonti convergono nella stessa direzione, ho fiducia alta nella mia stima. Se divergono, scelgo la cautela e non scommetto.
Una nota importante. Il value betting non richiede di azzeccare il 60% delle scommesse per essere profittevole. Una percentuale di successo del 53-55% con valore atteso positivo medio del 5-8% è sufficiente per generare ritorno netto positivo nel lungo periodo. La disciplina della stima conta più dell’accuratezza assoluta.
Gestione del bankroll: percentuali, drawdown e disciplina
La gestione del bankroll è la differenza tra value betting praticato bene e value betting praticato male. Anche con valore atteso positivo medio del 10% per scommessa, una gestione sbagliata delle dimensioni di puntata può portare al fallimento del bankroll prima che il valore atteso si manifesti statisticamente.
Il principio base è il “unit betting”. Definisci una unit come l’1-3% del tuo bankroll totale dedicato alle scommesse, e usa quella unit come misura di tutte le tue giocate. Una scommessa standard è di 1 unit. Una scommessa di forte confidenza è di 2 unit. Una scommessa di altissima confidenza è di 3 unit. Mai oltre 3 unit, indipendentemente da quanto sei sicuro della previsione.
Esempio pratico. Bankroll totale dedicato alle scommesse basket: 2.000 euro. Unit standard: 2% = 40 euro. Una scommessa standard vale 40 euro, una di forte confidenza 80 euro, una di altissima confidenza 120 euro. Su un volume mensile di 30-40 scommesse, il rischio totale resta gestibile e il drawdown massimo (la perdita massima dal picco) si contiene entro limiti tollerabili.

Il drawdown è il concetto più sottovalutato dai principianti. Anche scommettendo solo su quote con valore atteso positivo, ti aspettano periodi di 10-20 perdite consecutive nel medio termine. Sono periodi normali nella statistica, non significano che il sistema è rotto. Significano che la variabilità casuale è alta e che il valore atteso si manifesta su volumi grandi, non su sequenze brevi. Una unit del 5% del bankroll può portarti a perderne il 50% in un drawdown sfortunato, e questo è il modo più veloce per fallire come scommettitore.
Esiste un metodo matematico per dimensionare le scommesse in base al valore atteso percepito, chiamato Kelly Criterion. La formula è: dimensione scommessa come % del bankroll = (probabilità reale × quota − 1) / (quota − 1). Applicato in modo “puro”, il Kelly Criterion ottimizza il tasso di crescita del bankroll, ma è molto aggressivo e poco realistico per chi non ha modelli statistici precisi. Una variante più conservativa è il “Kelly mezzo” o “Kelly quarto”, che usa la formula ma divide il risultato per due o quattro. Questo riduce il rischio di drawdown e mantiene comunque una crescita stabile.
La regola della disciplina è una sola: non aumentare mai la unit dopo una perdita. La psicologia umana spinge a “recuperare” raddoppiando dopo un lungo periodo negativo, ed è esattamente il modo per trasformare un drawdown gestibile in un disastro totale. Il bankroll si gestisce con regole fisse, indipendenti dall’andamento recente.
Per chi parte da zero, consiglio di tenere il bankroll basket totalmente separato dal conto corrente, con somme che non impattino sulla vita quotidiana se perse. È una regola di sicurezza psicologica oltre che finanziaria: scommettere capitale “rilevante” inquina la lucidità delle decisioni, e la lucidità è il bene più prezioso del value bettor.
Gli errori che annullano il valore di una scommessa
Conosco una lista lunga di scommettitori che hanno padroneggiato la matematica del value betting e nonostante questo hanno fallito. Il motivo è quasi sempre lo stesso: errori comportamentali che annullano il valore matematico delle scommesse. Li elenco in ordine di frequenza, dal più diffuso al più raro.
Il primo errore è il “chasing”, inseguire le perdite raddoppiando le scommesse dopo un drawdown. È la trappola psicologica per eccellenza, e la conosco bene perché ci sono caduto anch’io agli inizi.
Dopo cinque scommesse perse di fila, l’istinto urla di aumentare la posta sulla prossima per “recuperare”. Statisticamente è una mossa che non cambia il valore atteso (resta lo stesso), ma aumenta drammaticamente la varianza e il rischio di fallimento del bankroll.
Il secondo errore è il “bias di conferma” sulle squadre preferite. Se sei tifoso di una squadra, tenderai a sovrastimare la sua probabilità di vittoria e ad accettare quote che in realtà non hanno valore. La cura è semplice: non scommettere sulle partite delle squadre per cui tifi. Lo applico personalmente, e la differenza nei risultati di lungo periodo è significativa.
Il terzo errore è la “overconfidence” dopo una serie di vincite. Quando hai vinto 8 scommesse su 10 nel mese, l’istinto è di aumentare le unit perché “sei in forma”. Non sei in forma: hai avuto una serie favorevole di variabili casuali. La probabilità che il mese successivo regredisca verso la media è alta, e aumentare le unit nel momento sbagliato porta a perdere in pochi giorni quello che hai guadagnato in settimane.
Il quarto errore è il “trading hyperactive”, piazzare troppe scommesse senza aspettare quelle con valore atteso chiaro. La quantità non genera valore: la generano la qualità della stima e la disciplina della selezione. Meglio fare 20 scommesse mensili con valore atteso +8% medio che 100 scommesse con valore atteso +2% medio: il primo scenario genera quasi lo stesso ritorno netto con un terzo del rischio.
Il quinto errore è la “manipolazione del bankroll” tra diversi sport. Se hai bankroll dedicato al basket e prendi capitale da quel pool per scommettere sul calcio o sul tennis dopo una serie di vincite basket, perdi la disciplina che il bankroll separato dovrebbe garantirti. Ogni sport ha la sua tassa di apprendimento, e mescolare i pool è il modo per pagare tasse senza imparare nessuno dei due sport.
Il sesto errore è la dipendenza tecnica dai sistemi di “tipster” o “guru” online. Affidare le proprie scommesse alle previsioni di terzi senza capire la matematica sottostante significa rinunciare alla disciplina del value bettor. Anche un tipster onesto e bravo (rari, ma esistono) può sbagliare la stima delle probabilità reali, e tu non hai gli strumenti per validare il suo lavoro.
Mercato italiano e gioco responsabile: il contesto che non puoi ignorare
“La dipendenza da gioco d’azzardo non è immediatamente riconoscibile né da chi ne soffre né da chi gli è vicino, perché a differenza delle dipendenze da sostanze o da alcol non si manifesta immediatamente in una dipendenza fisica ma solo come dipendenza mentale, più difficile e lenta da accertare”. Sono parole di Alfio Lucchini, psichiatra e past president FederSerD, e descrivono bene perché parlare di gioco responsabile non è un disclaimer formale ma una parte integrante del lavoro di chi scommette con disciplina matematica.

L’Italia ha un quadro strutturale di gioco che vale la pena conoscere. Nel 2025 la spesa scommesse sportive online ha raggiunto 1.7 miliardi di euro, con crescita del 6.3% sull’anno precedente. La raccolta complessiva delle scommesse sportive online si è attestata sui 13.9 miliardi. Il gambling globale italiano nel 2026 ha superato i 157.4 miliardi di euro di raccolta complessiva, pari a circa il 7% del PIL nazionale. Sono numeri di un mercato maturo, regolamentato, ma anche estremamente vasto.
Il rovescio della medaglia è il fenomeno della dipendenza. In Italia ci sono circa 1.5 milioni di giocatori problematici e circa 400.000 patologici conclamati. Massimo Persia, medico specializzato in dipendenze, ha aggiunto: “L’importanza di ascoltare gli adolescenti anziché giudicarli è fondamentale: la prevenzione passa dall’educazione, non dalla stigmatizzazione”. È un dato che riguarda l’intera filiera del gioco, non solo gli operatori illegali.
La fascia 18-34 anni rappresenta il 50% degli account scommesse attivi in Italia. Sono numeri che ci dicono dove si concentra il mercato, ma anche dove si concentra il rischio di dipendenza. Il value bettor disciplinato fa parte di una minoranza, e l’errore di sopravvalutare le proprie capacità di autocontrollo è uno dei più comuni.
Per chi gioca in modo regolare, la mia raccomandazione è di stabilire limiti automatici di deposito e di sessione direttamente sui bookmaker ADM. Tutti gli operatori italiani offrono strumenti di autoesclusione e di limite mensile, e usarli è un atto di disciplina, non di debolezza. Il limite massimo di gioco non è una sconfitta, è una garanzia di poter giocare nel lungo periodo senza danneggiare se stessi.
Il mobile pesa ormai oltre il 75% delle giocate online in Italia, con dati 2026 che superano l’82%. Significa che la stragrande maggioranza delle scommesse viene piazzata dal telefono, spesso in contesti rapidi e con bassa lucidità. Imporsi di non scommettere “in mobilità” — solo da casa, solo dopo aver fatto il calcolo del valore atteso — è una regola di disciplina che vale più di qualunque modello statistico.
ADM, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ha oscurato oltre 9.300 domini illegali nel ciclo 2024-2025. È un dato che dice quanto è importante giocare solo su operatori autorizzati italiani, che sono soggetti ai limiti di deposito, ai controlli antiriciclaggio, alle norme di autoesclusione. Gli operatori illegali offrono quote apparentemente più alte, ma annullano ogni protezione del giocatore e ogni garanzia di pagamento delle vincite.
Tradurre la teoria in routine settimanale
Il value betting è una disciplina di lungo periodo. Non funziona in una settimana, non funziona in un mese. Comincia a manifestarsi nei numeri dopo 200-300 scommesse coerenti con il metodo, e raggiunge stabilità dopo 800-1000 scommesse. È un orizzonte temporale di un anno o due di scommesse regolari, ed è la ragione per cui la maggior parte degli scommettitori non lo applica davvero: vuole risultati immediati, e finisce a giocare di pancia perché la matematica “non si vede”.
La routine settimanale che applico è strutturata in cinque fasi. Lunedì rivedo i risultati della settimana precedente e aggiorno i modelli. Martedì e mercoledì preparo le scommesse Eurolega. Giovedì e venerdì rivedo NBA e LBA. Sabato e domenica eseguo le scommesse pre-match, e nei momenti scelti opero in live. La settimana finisce con un’analisi del bankroll e un riallineamento delle unit per il ciclo successivo. È un protocollo che richiede 6-8 ore alla settimana, ed è la base di tutto il resto.
I cinque concetti chiave da portare con sé sono: probabilità implicita (1/quota × 100), margine bookmaker (somma delle probabilità implicite − 100%), valore atteso (probabilità reale × quota − 1), unit betting (1-3% del bankroll per giocata), drawdown atteso (sequenze di perdite normali nel breve periodo). Memorizzati questi, hai gli strumenti per scommettere con disciplina matematica.
Una nota finale sul fattore campo nelle scommesse italiane. È una delle variabili più importanti per identificare il valore residuo nelle quote Serie A LBA, e l’ho approfondito in un pezzo dedicato. Per chi vuole capire come integrare il peso del fattore campo nel calcolo del valore atteso, quel testo è la naturale continuazione di questa guida. Senza una stima accurata del fattore campo, la probabilità reale delle partite italiane viene mal calibrata, e tutto il resto del metodo perde efficacia.
Chiudere con la disciplina. Il value betting funziona perché è un sistema, e i sistemi funzionano se vengono applicati con coerenza. Una scommessa fatta di pancia distrugge in due minuti il lavoro di una settimana di analisi. La regola che mi sono dato è semplice: nessuna scommessa entro 30 minuti dall’esecuzione del calcolo del valore atteso, e nessuna scommessa fatta in stati emotivi alterati. È meno glamour del “fiuto da scommettitore”, ma produce risultati nel tempo.
Come si calcola esattamente il valore atteso di una scommessa basket?
Si moltiplica la probabilità che si attribuisce all"evento per la quota proposta dal bookmaker, e si sottrae 1. Se il risultato è positivo c"è valore, se è negativo no. Esempio: quota 2.20 su una squadra che si ritiene vincente al 50%. Valore atteso = (0.50 × 2.20) − 1 = 0.10, cioè +10%. Una scommessa con valore atteso positivo non garantisce vincita immediata, ma genera ritorno netto positivo nel lungo periodo su volumi grandi. Il value betting funziona statisticamente dopo 200-300 scommesse coerenti con il metodo.
Qual è la percentuale di bankroll giusta per una singola scommessa basket?
La regola del unit betting prevede 1-3% del bankroll per giocata. Una scommessa standard vale 1 unit (1-2% del bankroll), una di forte confidenza 2 unit, una di altissima confidenza al massimo 3 unit. Esempio: bankroll di 2.000 euro, unit standard del 2% = 40 euro. Mai oltre 3 unit, indipendentemente da quanto si è sicuri della previsione. Questa disciplina protegge dal rischio di drawdown — sequenze di 10-20 perdite consecutive sono normali nella statistica, anche scommettendo solo su quote con valore atteso positivo.
Cosa fare durante una sequenza di scommesse perse?
Mai aumentare la unit per recuperare. Il chasing è la trappola psicologica più comune nel value betting: dopo 5-10 perdite consecutive l"istinto spinge a raddoppiare la puntata, ma questo non cambia il valore atteso medio e aumenta drammaticamente la varianza e il rischio di fallimento del bankroll. Le regole di gestione restano fisse indipendentemente dall"andamento recente. Se il drawdown supera il 30% del bankroll iniziale, conviene fermarsi una settimana, rivedere il metodo, e ripartire con unit ridotte fino al recupero parziale del capitale.
Quali strumenti di gioco responsabile offre il mercato italiano?
Tutti gli operatori ADM italiani sono obbligati a offrire limiti di deposito mensili, limiti di sessione, autoesclusione temporanea o permanente. ADM ha oscurato oltre 9.300 domini illegali nel ciclo 2024-2025 per proteggere i giocatori da operatori non autorizzati. In Italia ci sono circa 1.5 milioni di giocatori problematici e 400.000 patologici conclamati nei dati ISS. Usare gli strumenti di autoesclusione è una pratica di disciplina, non di debolezza. Per chi sospetta di avere un problema esistono i Servizi per le Dipendenze (SerD) territoriali e le associazioni specializzate come Giocatori Anonimi.